27 Oct, 2026 - 20:35

Astensionismo e crisi della partecipazione, a Perugia il confronto sulle ragioni del "non voto"

Astensionismo e crisi della partecipazione, a Perugia il confronto sulle ragioni del "non voto"

C’è un partito che non compare sulle schede elettorali, non presenta candidati e non prende parte alle campagne, ma che può incidere profondamente sugli equilibri della rappresentanza democratica: è quello di chi non va a votare. L’astensionismo è ormai una questione centrale nel dibattito politico, non soltanto per il peso che assume nelle urne, ma per gli interrogativi che solleva sulla capacità dei partiti e delle istituzioni di mantenere un rapporto con la società.

Da questa domanda è partito il confronto «Perché la gente non va più a votare?», che si è svolto sabato 24 ottobre nella Sala della Partecipazione della Regione Umbria, a Perugia.

L’iniziativa, promossa dall’associazione culturale Humus Sapiens in collaborazione con la rivista Micropolis, ha messo al centro le cause del non voto e le possibili risposte a un fenomeno che investe il funzionamento delle democrazie contemporanee.

L’occasione è stata la presentazione del volume Il partito che non c’è. L’astensionismo elettorale in Italia e in Europa, pubblicato da Il Mulino nel 2025 e firmato dai sociologi Dario Tuorto, dell’Università di Bologna, e Vittorio Mete, dell’Università di Firenze.

Il confronto ha coinvolto il mondo accademico, le istituzioni e le realtà associative, con l’obiettivo di andare oltre la semplice rilevazione dei dati elettorali e interrogarsi sulle ragioni di una partecipazione sempre più discontinua.

Astensionismo a Perugia, il "partito che non c’è" e la crisi della rappresentanza

Il punto di partenza è una domanda che riguarda direttamente la qualità della democrazia: perché una parte dei cittadini rinuncia a esercitare il diritto di voto?

Nel dibattito è stato richiamato il peso crescente dell’astensionismo, con consultazioni nelle quali la quota di chi non si reca alle urne arriva ad avvicinarsi alla metà degli aventi diritto. Un dato che, pur variando in base al tipo di elezione e al contesto, segnala la necessità di comprendere meglio le trasformazioni della partecipazione politica.

Il fenomeno, tuttavia, non può essere ricondotto a una sola causa. La distanza dai partiti, la sfiducia nelle istituzioni, la percezione di non essere rappresentati e la convinzione che il proprio voto non sia in grado di incidere sulle decisioni pubbliche possono contribuire, in misura diversa, alla scelta di non partecipare.

È proprio questa complessità a rendere insufficiente una lettura dell’astensionismo limitata alla disaffezione. Dietro il dato complessivo convivono esperienze differenti, che possono riguardare il rapporto con la politica, le condizioni sociali e la capacità di riconoscersi nelle proposte delle forze in campo.

Comprendere chi resta lontano dalle urne significa quindi interrogarsi anche sulle ragioni per cui una parte della popolazione non trova più nella partecipazione elettorale uno strumento efficace per esprimere le proprie istanze.

Il titolo del volume presentato a Perugia richiama proprio questa contraddizione: gli astensionisti costituiscono una componente numericamente rilevante dell’elettorato, ma non si traducono in un soggetto politico unitario. Il "partito che non c’è" è una definizione che aiuta a mettere a fuoco il problema, senza suggerire che chi non vota condivida necessariamente le stesse motivazioni o persegua un obiettivo comune.

Dario Tuorto, dalle cause dell’astensionismo alle possibili soluzioni

Nel corso dell’incontro, Dario Tuorto ha richiamato la necessità di analizzare le ragioni del fenomeno e, allo stesso tempo, di individuare possibili strumenti per contrastarlo. Il problema non riguarda soltanto la partecipazione alle singole consultazioni, ma anche il rapporto tra cittadini e una sfera politica che può apparire distante dalle questioni più rilevanti della vita quotidiana.

La domanda di fondo è come riportare le persone all’interno di una dimensione pubblica nella quale possano riconoscere interlocutori, proposte e possibilità concrete di incidere sulle scelte collettive. Per affrontare il fenomeno, diventa necessario distinguere tra le diverse forme di astensione e comprendere quali fattori contribuiscano ad alimentarle.

Un invito generico a recarsi alle urne, da solo, non risolve le ragioni della distanza. Occorre invece interrogarsi sulla capacità dei partiti di rappresentare interessi e bisogni differenti, sulla qualità del rapporto con i cittadini e sulla possibilità di rendere più comprensibili e riconoscibili le conseguenze delle decisioni politiche.

Il lavoro di analisi, in questa prospettiva, diventa un passaggio indispensabile per evitare risposte uniformi a un fenomeno che uniforme non è. La crescita del non voto può infatti avere origini diverse a seconda dei gruppi sociali, dei territori e delle consultazioni, rendendo necessario un approccio capace di tenere insieme dimensione politica e contesto sociale.

Vittorio Mete: "L'astensionismo non è un blocco compatto"

A sottolineare la natura complessa del fenomeno è stato Vittorio Mete, sociologo dell’Università di Firenze, che ha invitato a non considerare gli astensionisti come un insieme omogeneo, accomunato da una sola posizione nei confronti della politica.

"L'astensionismo non è un blocco compatto, un partito unico che decide di non votare, ma un fenomeno che cambia da elezione a elezione a secondo tipo di consultazione ed anche contesto". La distinzione è importante per comprendere le dinamiche della partecipazione elettorale. Il livello di affluenza può cambiare in relazione alla natura della consultazione, alle condizioni politiche e al contesto nel quale si svolge il voto.

Anche le motivazioni di chi non partecipa possono essere differenti: l’astensione può riflettere disillusione, distanza dai partiti, difficoltà di riconoscersi nelle alternative disponibili oppure altre condizioni che rendono meno significativo il ricorso alle urne.

Mete ha inoltre richiamato alcune trasformazioni che hanno interessato il sistema politico e la società negli ultimi decenni. Tra i fattori indicati figurano il passaggio dai partiti di massa ai partiti liquidi, la globalizzazione e l’affermazione di un pensiero unico neoliberista che, nella sua lettura, ha contribuito a marginalizzare quello che veniva definito conflitto sociale.

Si tratta di cambiamenti che hanno modificato le forme di appartenenza politica e il rapporto tra cittadini e organizzazioni tradizionali. Il ridimensionamento dei legami collettivi non esaurisce le spiegazioni dell’astensionismo, ma rappresenta una chiave di lettura per comprendere come siano cambiate le modalità attraverso cui si costruiscono partecipazione, consenso e rappresentanza.

Perché la gente non va più a votare: il ruolo dei partiti e delle istituzioni

Il confronto di Perugia ha riportato l’attenzione su una questione che non riguarda soltanto il comportamento dei singoli elettori. Se il non voto viene interpretato esclusivamente come una scelta individuale, rischia di restare in secondo piano la domanda su ciò che il sistema politico può fare per ricostruire un rapporto con chi si sente distante dalle istituzioni.

La partecipazione elettorale dipende anche dalla possibilità di riconoscersi nelle proposte politiche, dalla fiducia nei meccanismi della rappresentanza e dalla percezione che le decisioni pubbliche siano in grado di rispondere ai problemi della società. Quando questi legami si indeboliscono, la rinuncia al voto può diventare una manifestazione di una frattura più ampia.

Questo non significa che tutti gli astensionisti siano mossi da una volontà di protesta o che il mancato voto equivalga necessariamente a un rifiuto consapevole della democrazia. Proprio la varietà delle motivazioni richiamata dai sociologi rende necessario evitare generalizzazioni e distinguere le diverse forme del fenomeno.

La sfida, dunque, consiste nel comprendere quali gruppi e quali esperienze siano maggiormente esposti al distacco dalla partecipazione, senza considerare l’astensione come un blocco unico. Da questa analisi possono derivare strumenti più mirati per intervenire sulle cause della disaffezione e migliorare il rapporto tra cittadini, partiti e istituzioni.

Humus Sapiens e Micropolis, il confronto sulla partecipazione democratica

L’iniziativa è stata promossa da Humus Sapiens in collaborazione con Micropolis, con l’intento di portare il tema dell’astensionismo al centro di una discussione pubblica che coinvolgesse anche le realtà associative e istituzionali del territorio.

L’incontro è stato introdotto da Antonio Rocchini, presidente di Humus Sapiens, e da Renato Covino per Micropolis. Alla discussione ha partecipato anche Nicholas Radicchi, del Circolo Arci "Il Porco Rosso", mentre i saluti istituzionali sono stati affidati a Sarah Bistocchi, presidente dell’Assemblea legislativa della Regione Umbria. A moderare il confronto è stato Mario Taborchi.

Nel corso dell’iniziativa è emersa la necessità di evitare l’obiettivo irrealistico di eliminare completamente l’astensionismo, concentrando invece l’attenzione sulle sue cause e sulle possibili modalità per limitarne le manifestazioni più preoccupanti.

La questione, infatti, non si esaurisce nel numero di persone che non votano, ma riguarda il loro rapporto con la vita pubblica e con le istituzioni del Paese in cui vivono.

La riflessione avviata a Perugia riporta così al centro una domanda che attraversa la politica italiana ed europea: che cosa accade quando una quota significativa di cittadini non si sente più rappresentata? Comprendere il "partito che non c’è" significa riconoscere che dietro il non voto non esiste una sola storia, ma una pluralità di esperienze e motivazioni.

È da questa complessità che può partire un confronto sulle condizioni necessarie per ricostruire partecipazione e fiducia nella rappresentanza democratica.

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